I RACCONTI DEL FILOCCA: Eugenia la donna ricca

I RACCONTI DEL FILOCCA: Eugenia la donna ricca

Dopo Ersilia la donna del nonsogno, Eupilia la donna bella che mi ha fatto soffrire, Erminia la donna falsa che scopa bene, Eulalia la donna pettoruta, oggi vi faccio conoscere la quinta delle tredici donne che hanno colorato la mia vita recente.

5 – Eugenia la donna ricca

Eugenia, εὖ γενής, era nata bene in una cascata d’oro, perché suo nonno commerciava stracci in tempo di guerra e suo padre con quei soldi aveva messo su un’azienda fiorente. Esposta nuda alla cascata fluente si era ricoperta di opache lamine d’oro.

Di lei narrerò come di vita vissuta e forse lo è stata.

Correva con grande lentezza per sentieri senza forma, bevendo l’arido oro invece della saporosa cola proletaria, fermandosi a rimirare il paesaggio proprio dove c’erano dune d’argento statiche e stantie, illuminate da lune senza luce.

Eugenia viveva lussuosamente nella terra dei morti dove l’incontrai per caso quando avevo appena smesso di mettermi le dita nel naso: provai allora a farle scorrere sulla sua gamba affusolata per sapere cosa si prova (me l’avevano consigliato i compagni cattivi) e lei lasciava fare fingendo di non capire: lasciava fare ed intanto, anziché partecipare, pensava.

I pensieri, posati su foglie che cadevano ancora verdi volteggiando nell’aria tersa, miravano al basso: se non erano di fredda convenienza lei, per quanto si sforzasse, non li metteva a fuoco, non ci riusciva.

Proprio quando ero ebbro di dita scorrenti Eugenia anziché partecipare pensava… ed un giorno me lo disse: “che bello se i nostri figli avranno la mia bellezza e la tua intelligenza”. Il treno in corsa si bloccò alla sola pronuncia di quel termine, quello che noi monelli temevamo tanto, la parola “figli”. In quel paesaggio di rocce acri le sussurrai con il dovuto sentimento: “pensa che disastro se avvenisse il contrario”.

Fu l’ultima della insulse conversazioni sull’universo che tentava di inanellare: mi è rimasto il buon ricordo degli stracci ed il suo odore di alto costo.

Prima che mi lasciasse aveva orchestrato tutto in conclave con la madre; il padre autoritario, ammesso al conclave per un’audizione, aveva sentenziato che era vincente il pragmatico binomio «azienda fiorente/laureato spiantato». Forte del suggello familiare si era dunque presentata con la lussuosa station-wagon dove, diceva, “si sta più comodi che sulla canna della tua bici”. Sul retro dell’auto aveva allestito un vero e proprio letto matrimoniale, un termine che, anche quest’ultimo, faceva rabbrividire i giovani puledri. In quell’occasione le dita si erano paralizzate.

Eugenia amava guardare dritto negli occhi, buttando in aria manciate di monete, anche lei inerpicata sulla cuccagna in versione “taccagna” che aveva dato lustro e visibilità alla famiglia in connubio con gli stracci. Erano infatti monete d’oro talvolta, placcate d’oro talaltra in versione più risparmiosa; sempre quando il giovane puledro recalcitrava la stalla.

Se anche tutto questo fosse vero, e forse lo è stato, avrei potuto mai innamorarmi di Eugenia nata bene in una cascata d’oro?

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