I RACCONTI DEL FILOCCA: La notte dei Santi Valente e Valentino

I RACCONTI DEL FILOCCA: La notte dei Santi Valente e Valentino

DEDICATO A CHI E’ SOLO LA NOTTE DI SAN VALENTINO

Marco, il mio personaggio: io l’ho inventato, io l’ho creato dal nulla, gli ho dato un’anima, l’ho fatto vivere, gli ho fatto incontrare una donna da amare…ed ora mi si ribella.

Proprio ora nella notte di San Valentino, proprio ora che sto iniziando la serie dei racconti che hanno per tema l’amore.

LA NOTTE DEI SANTI VALENTE E VALENTINO

Mistero della semantica.

“Lento”: significa calmo, riflessivo, padrone di sé al punto di non correre come tutti nella frenesia alienante: tanto lui, anche se lento, calmo, ci arriva sempre.

“Lentino”: è un lento da stanco, fiacco, frollo, macero, snervato, pigro, tardo, indolente.

San Va lentino, un santo che va lentino.

Non si tratta di San Valente, cioè San Valoroso, San Prode, Sant’Ardimentoso, Sant’Animoso, Sant’Ardito, Sant’Intrepido, Sant’Impavido, San Gagliardo…è solo San Valentino, prodino, ardimentosino, animosino, arditino, Sant’Intrepidello, Sant’Impaviduccio, San Gagliardetto.

Il gagliardetto: la bandiera agitata da chi vive un vero profondo amore, ma anche da chi si accontenta di un rapporto fiacco, frollo e macero, pur di avere una donna da incontrare la notte di San Valentino, portandole presentini o presentucci comperati in cinque minuti al “Tuttoverde”.

Marco pensò a Lei, a quegli occhi verdi, a quello sguardo dolce velato da un’impercettibile ombra, che esprimeva una tenera interiorità. Cosa sarà per lei San Valentino?

Certo il ricordo di un lontano momento felice: allora l’amore scendeva nel suo animo con un fremito e l’incontro con lui era pregnante di trepida attesa, colorito da teneri sguardi, denso di emozionanti carezze.

Poi forse…disperso, amore disperso.

Lei sogna ancora la trepida attesa, l’emozionante carezza, il tenero sguardo?

Ed ora cosa è per lei San Valente o San Valentino che dir si voglia?

“Cosa è per me San Valentino?” Marco se lo domandò e si rivolse ad Autore.

Marco:

-Anche i personaggi hanno un’anima: sono stanco di stare racchiuso in questo computer.

-E cosa vorresti fare?

Marco chiuse gli occhi e cominciò ad immaginare

-In una notte come questa vorrei incontrarla: vorrei camminare senza peso nel buio della notte, sfiorando il suolo, su un prato verde, luminoso, di un verde abbagliante. Là in fondo si intravvede una sagoma di donna nella penombra; i folletti sorridenti stendono stuoie di corallo rosso fino a lei e Luna compiacente ci guarda discreta, senza parlare. Io non corro; cammino calmo e lei sembra mi attenda ritta in piedi, col suo sguardo buono: ora vedo i suoi occhi verdi, verdi con pagliuzze d’oro, la riconosco: è lei, è Lei. Sono ormai a pochi passi e mi fermo nel timore che l’apparizione di colpo scompaia; lei invece si accende di un sorriso seducente, misterioso: fascino di quel sorriso, del suo incantesimo, del flusso inebriante che quasi mi paralizza il sentire…

Autore interviene:

– Marco fermati, smettila di sognare

– Lasciami andare, lasciami arrivare almeno fino a quando lei mi tende la mano ed io, ormai vicino, mi gusto la vista dei suoi occhi e le dico:

< lasciameli vedere da vicino, anche solo per un istante >: una musica lontana, il suono arcano dell’arpa… lei mi guarda, i suoi occhi variegati ed intensi, sorridenti, fissi nei miei; io mi emoziono e lei…

– Basta Marco. Ora Lei sta dormendo.

Marco si bloccò di colpo, puntando con astio i suoi occhi su Autore:

Lei sta dormendo?

– Si, sta dormendo, oppure è fuori con qualcuno; forse è fuori con amici: è la notte di San Valentino.

Nello studiolo cadde un silenzio innaturale: sul tavolo verde della Kartel stavano accatastate carte di lavoro, disegni, qualche estratto conto abbandonato, il vecchio vocabolario “Zingarelli”. Un faretto proiettava dall’alto una luce che illuminava la tastiera, lasciando il resto del locale nella penombra.

Autore guardava il video del pc ed esitava.

Marco stava zitto contrariato, contrariato ed arrabbiato; era arrabbiato col suo autore che aveva cinicamente interrotto il suo sogno. Se la prese con lui.

– E tu? Tu che ti ritieni una persona semplice, lineare, neppure ti accorgi di quanto complesso sei. Neppure ti accorgi delle tue contraddizioni.

– Io contraddizioni?

– Certo, contraddizioni. Sei tanto assetato di amore, amore da dare, amore da ricevere; non metti un argine a tanta turbolenza dei tuoi sentimenti e contemporaneamente…

– Come potrei mettere un argine? Il nostro mondo interiore non è facilmente governabile. I vulcani sono governabili? Gli esperti, con tutta la tecnologia d’oggi, neppure riescono a prevederne l’eruzione. Io sono un vulcano antico in perenne…

– Lascia perdere i vulcani, non divagare, non sfuggire al problema. Ti sei buttato in questo contatto con un entusiasmo ingiustificato. Stai scrivendo ancora: quello che stai scrivendo è quasi una lettera d’amore… ci pensi?

E contemporaneamente tieni le distanze, mi usi come ambasciatore, mandi avanti il personaggio e ti nascondi dietro di lui, mandi avanti me e non le chiedi di incontrarla.

Il silenzio ora era diventato più intenso.

Può un silenzio diventare più intenso? Il silenzio è come il vuoto, non ci può essere <più vuoto>; il silenzio è come lo zero, non ci può essere un’entità <meno di zero>. I numeri negativi, quelli col meno, a modo loro sono un diagramma che riprende a salire, a sinistra invece che a destra, ma risale, non scende oltre. Sotto lo zero non c’è nulla.

Forse per il silenzio è diverso perché in quel momento era diventato più intenso, più silenzio…insopportabile.

Marco colse il doloroso senso di quel silenzio divenuto ancora più intenso; si pentì di essersi lasciato andare e di aver assalito Autore con quelle parole dettate dalla rabbia: il cinismo con cui Autore aveva interrotto il suo sogno gli aveva fatto perdere il controllo, l’aveva in qualche modo ferito e lui aveva voluto a sua volta ferire il suo autore: ci era riuscito.

Marco ora stava zitto: guardava Autore fattosi improvvisamente serio, pure lui taciturno. Ora lo guardava con grande rispetto, per la sua genuinità, per la sua unicità, per quel suo testardo impegno nell’inseguire miti ed utopie, per i suoi ardori, per le sue inconsce contraddizioni: provava per lui una grande tenerezza.

Autore guardava lo schermo, ma non lo vedeva: si era appannato. Rivide nella sua mente gli occhi di quella donna che l’avevano emozionato, erano occhi buoni, dolci, erano occhi bellissimi, forse una promessa di amore; ma quella sera era la malinconia a permeare ogni sentimento.

Quanto tempo passò?

Era la notte di San Valentino, o di San Valente: ora non faceva più alcuna differenza. Era la notte degli innamorati: il tempo si era fermato.

Autore tese le orecchie: talvolta, anche a notte fonda, giungeva lì nello studiolo il lontano abbaiare del cane che fuori, sul portico, rilevava ogni lontano rumore. Quella notte neppure l’abbaio di Nieve c’era a fargli compagnia.

Autore, seduto davanti al PC, chiuse gli occhi.

Fu allora che il prodigio avvenne: la sagoma evanescente di Marco uscì dallo schermo, gli si portò a fianco, gli posò una mano sulla spalla:

– Scusami per quello che ti ho detto, perdonami, non volevo: tu non devi temere, non sarai mai solo, ci sarò sempre io personaggio dei tuoi sogni a tenerti compagnia e con me c’è il Fantasma Femminile Senza Volto, il tuo sogno di donna; anche questa notte, la notte dei Santi Valente e Valentino, la notte dei sogni, la notte dei ricordi e delle nostalgie, la drammatica notte degli innamorati dell’Amore.

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