I RACCONTI DEL FILOCCA: SE AL VEGLIONE DI CAPODANNO

I RACCONTI DEL FILOCCA: SE AL VEGLIONE DI CAPODANNO

7 SE AL VEGLIONE DI CAPODANNO

LA DONNA IN BRIANZA NEGLI ANNI SETTANTA/OTTANTA

Amici maschi: se al veglione di Capodanno le donne si lamentano della loro condizione, potete ricordare loro quale era il concetto di donna negli anni settanta/ottanta, anche in Brianza, terra da sempre considerata emancipata, del nord.

Incominciamo con delle definizioni:

La dona : la donna, la moglie, l’amante (esempio: la mia dona= mia moglie)

Donn: più donne

Un bel dunun: una donna consistente ma piacevole.

Un tocc de dòna: una gran bella donna, desiderabile.

Dunatt: donnaiolo, sempre a caccia di un tocc de dona. Di solito veniva snobbato.

Dunèta: una ragazza giovane che ragiona già da donna.

Dunéta: un giovane non completamente virile, una mezza donnetta.

Dunascia: donna sessualmente disinibita, moralmente inaccettabile.

Dona de ca: casalinga, donna che sta al suo posto.

Dona de munt: donna emancipata, lontana, incuteva timore e rispetto.

Dona cun sü i culzun: letteralmente “donna che porta i pantaloni” (allora non si usava); donna di natura volitiva e intraprendente che si sostituiva all’uomo in un ruolo riservato a questi (ad esempio prendeva decisioni).

Dona de cunclüsiun: donna che sa andare al sodo, rispettabile.

La donna in Brianza, negli anni settanta/ottanta, non era molto considerata come tale: era un ingrediente necessario e apprezzato purché rimanesse al suo posto, sovrintendendo a casa e famiglia e rispondendo ai bisogni dell’uomo.

Il concetto di donna era riassunto nell’assioma: che la piasa, che la tasa, che la staga in casa ,cioè deve piacere, deve stare zitta, deve stare in casa.

La donna in genere non veniva considerata come persona e, anche operando in famiglia, doveva mantenere un ruolo subalterno, altrimenti: quant la dona la ga sü i culzun ul munt el va a burlun (quando la donna indossa i pantaloni, prendendo decisioni al posto dell’ uomo, il mondo va a rotoli).

Comportamenti o solo atteggiamenti estranei a questo ruolo circoscritto erano subito marchiati d’infamia: dona che ména l’ànca se l’è mìa putana poc ghe manca, cioè una donna che ancheggia se non è puttana poco ci manca. Lo stesso di una donna che fuma: dona fümenta o l’è vaca o la diventa.

Per non parlare di una donna che frequenta un bar: dona che la va all’usteria anca ul Signur el varda via (se la donna frequenta un bar, una osteria, anche il Signore volta la faccia dall’altra parte per non vedere).

Per tutto questo era importante scegliere la donna “giusta”, perché la dona l’è cume l’unda, la te tegn a gala o la te funda (donna come l’onda: o ti fa galleggiare o ti manda a fondo). La dona l’è la furtüna o la rüina de la ca, costituisce cioè la fortuna della casa o la sua rovina.

D’altra parte donn e melun l’è una furtüna truvai bun (donne e meloni è una fortuna trovarli buoni).

Pertanto occorre oculatezza nella scelta della donna per cui né una donna né un tessuto vanno scelti al lume di candela: gna dona e gna tila al lum de candila. Consigliabile comunque che la donna sia nativa dalle tue parti, se non del tuo paese: dona e vit di to sit.

Si aveva comunque rispetto per la gravidanza, volta alla formazione della la famiglia: dona pregna dona degna.

C’era molto da fare nel cammino verso l’emancipazione femminile: dopo più di quarant’anni c’è ancora molto da fare.

Amici maschi: se al veglione di capodanno le donne si lamentano ancora della loro condizione nella società…ebbene sì, hanno ragione loro.

BUON 2020

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