I RACCONTI DEL FILOCCA: Sei della Brianza se te cunusevet  UL BATÌN

I RACCONTI DEL FILOCCA: Sei della Brianza se te cunusevet UL BATÌN

Il Batìn era una prerogativa di Seregno, ma tutti i paesi della Brianza ne avevano uno.

Oggi gli psicologi lo definirebbero “diversamente intelligente”, ma allora, fortunatamente, da noi non si erano ancora impiantati gli psicologi.

Il Batìn era un “diverso”, intelligente a modo suo: un po’ ritardato quasi in tutto, era però dotato di un’istintiva furbizia per la quale ci superava tutti.

Nella pausa di mezzogiorno percorreva il centro di Seregno su una sgangherata bici da donna, pedalando con le punte dei piedi rivolte all’esterno (allora si poteva pedalare in mezzo alla strada perché le macchine erano poche). Dalle porte delle case molti lo richiamavano: c’era in quei richiami una blanda presa in giro in un clima di bonarietà e simpatia, ma anche un affettuoso interesse.

Lo apostrofavano sorridendo:

Batìn, te ghe sü una calzèta gialda e vüna rusa – (hai una calza gialla ed una rossa)

Il Batìn rispondeva, guardando i suoi piedi scalzi:

Me sun minga acurgiü: m’è andà giu la vista (non mi sono accorto, mi è scesa la vista).

A quell’ora alcuni, seduti fuori della porta di casa, avevano in mano la scodella e si richiamavano fra di loro:

  • Se l’ha ta fà incÖ? (cosa ti ha cucinato oggi? (soggetto sottinteso “tua moglie”)

IncÖ la ma fà la züpa (oggi mi ha fatto la zuppa).

  • A l’è buna? (è buona?)
  • Sì. Te’n v Öret un pu? (sì, ne vuoi un po’?)

Al passaggio del Batìn erano in molti a chiamarlo:

  • Batìn, te v Öret tastà ul me salam? (vuoi assaggiare il mio salame?)

Batìn, a gu chi ul furmacc del Giuvan. T’en v Öret un tuchel? ( ho con me il formaggio di Giovanni, apprezzato salumiere. Ne vuoi un pezzetto?)

  • Batìn, vegn chi che te du un bicier del mè vin. (vieni qui’ che ti dò un bicchiere del mio vino)

Lui ringraziava sorridendo e si soffermava a mangiare e bere.

Mi son detto più volte che probabilmente era un uomo felice.

Altri facevano la stessa considerazione quando gli dicevano:

  • Te ve ben ti ! (vai bene tu !)

Non ho mai saputo se ul Batìn avesse ancora una famiglia, dei genitori. Di una cosa ero certo: se viveva solo, certamente i suoi vicini si occupavano di lui e sicuramente una buona donna andava ogni due o tre giorni a riassettare il locale dove dormiva.

Nella Brianza degli anni settanta, l’attenzione al meno dotato, la tolleranza verso il diverso, ma anche un moto istintivo di affetto nei suoi confronti erano nel nostro D.N.A.: non ce l’aveva mai insegnato nessuno.

Nei nostri paesi ci conoscevamo tutti e potevamo contare sugli altri: quella, pur con gli inevitabili battibecchi, contrasti, litigi, era comunque una grande famiglia.

 

Due commenti

O.G.i Bella storia: ci di poteva fidare lino dell’altro. Aanche chi era in difficoltà non veniva lasciato indietro e la politica stava fuori. Qui interveniva il buon vicinato, il buonsenso, l’educazione per chi era sfortunato .
È vero che chi si approfittava c’era come c’è ora, ma era meno evidente.

G.D.d. Ma, se erano così bravi, perché hanno cresciuto così male figli e nipoti, ovvero quello che siamo oggi? Anche io ho una certa età: son nato in corte e cresciuto in strada e tutto questo zucchero e miele non l’ho mai visto.

 

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