LETTERE DA ZANZIBAR: Avventura a Mtego

LETTERE DA ZANZIBAR: Avventura a Mtego

IL BELLO DI UN VIAGGIO NUOVO SONO LE SORPRESE BELLE E BRUTTE CHE PUOI INCONTRARE DURANTE IL PERCORSO.

Quando decisi di fare questo viaggio avevo la curiosità di vedere come era esattamente la vita reale di un Masai, come si comporta nell’ambito famigliare, come vive la sua giornata e soprattutto come si rapporta con gli altri nel suo ambiente naturale e cioè l’entroterra africano, la savana, lontano dai maasai che conosco a Zanzibar dove sono venuti a cercare fortuna come guardiani nei resort, posizionati con bancarelle in spiaggia o come Toy-boy per donne bianche annoiate in cerca di emozioni.

Cristina è una amica che ho conosciuto di rimbalzo tramite altri amici di Facebook e con la quale ho stretto una buona amicizia. Tra una chiacchiera e l’altra sulle nostre rispettive vite e esperienze , lei mi chiede di andarla a trovare nel villaggio Masai dove vive, dopo qualche periodo prendo la decisione e armato di voglia e pazienza al viaggio che mi aspetta, parto.

Lunghe ore tra la nave che mi porta da Zanzibar fino a Dar es Salaam per poi continuare con un bel otto ore circa di autobus, ci diamo appuntamento al porto di Dar, pranziamo passando la giornata in città e la sera ci fermiamo a dormire in una Guest House a pochi metri dal mare, posto pulito scelto da lei per il rapporto prezzo e convenienza frequentato molto dai locali. partiamo alla mattina verso le cinque con il pulmino che usano ad accompagnare i loro ospiti al villaggio.

Il viaggio è veramente lungo ma passa in allegria tra panorami, zone rurali, si ha modo di fotografare i beduini a pochi metri dall’auto, si vede la quotidianità lontana dalle zone turistiche, passando in mezzo a numerosi villaggi e tribù diverse di varie dimensioni , dove “flotte” di bambini urlanti ci rincorrono gridando e salutando.

la tanzania è veramente e fottutamente grande quando la percorri in auto o in bus. Verso le ore 17,00 siamo quasi arrivati , manca solo la parte finale , il maledetto pezzo di strada sterrata, una strada bianca che si muove tra vallate di dolci colline verdeggianti e qualche bassa montagna, è incredibile quanto sia verde nonostante la terra sia arsa di sete.

Arriviamo che è già buio pesto e non si vede nulla solo qualche lucina tra la boscaglia fatta di piante più o meno basse di rovi spinosi. L’unica luce che si intravede viene dalla casa di Cristina ed è fornita da un pannello solare, lo stesso fornisce luce anche alle stanze degli eventuali ospiti ove possono ricaricare ad esempio smartphone o tablet.

Un po preoccupato, ma anche divertito penso “O mio dio dove sono finito !”

Fa fresco e per me abituato alle calde notti di Zanzibar è leggermente tragico, Cristina mi chiede insistentemente se è tutto ok ? io dico si di ma per quanto sia abituato viaggiare , il non vedere nulla intorno a me mi mette sempre un po in difficoltà.

Un pasto frugale cucinato dalla padrona di casa chiude quel poco di fame che il lungo viaggio della quale un bel pezzo su strada sconnessa riduce di molto l’appetito.

Ero distrutto e decido di andare a dormire, un saluto a lei e a Willy (suo marito maasai) parla un ottimo italiano ed è molto preparato a catapultare il turista nella sua vita masai con simpatia e semplicità, è una persona affidabile e in Tanzania non è cosa da niente!

Le due camere nuove sono accoglienti e io dormo come un sasso, cosa che mi capita di rado!

Prima di addormentarmi penso insistentemente a chi mi ha fatto fare quel viaggio e perché? Ci penso e ripenso, ci rimugino sopra fino a quando il sonno vince.

Il sole entra attraverso le tende fatte di canga colorati ( i tipici parei coloratissimi usati dalle donne come gonne ), il colore che fanno filtrare mi rende allegro e capisco che è una bella giornata , esco dalla porta e …. Whaooooooo…….

La “shamba” africana si apre davanti a me in tutta la sua grandezza, ovunque masai indaffarati vanno avanti e indietro e bambini o come li chiamo io “ masaini “ tirati a lustro si avviano alla scuola del villaggio, una donna mi osserva e poi mi dice “abariako” ( buongiorno in lingua masai ) io rispondo in swahili “ asante mama “ lei ride e continua il suo giro. Cristina è già impegnata ad accendere un improbabile fuoco di legna per il caffe, fuoco che ci farà ridere parecchio ogni volta che lo accendiamo, ma il bello è proprio quello , quando anche una cosa normale come la moka diventa un lavoro complicato, ma comunque ci siamo sempre riusciti (lei ci vive e ne è ormai abituata).

Caffè, e chapati con marmellata , tè allo zenzero, chai maasai, frutta e la colazione è fatta!

Finalmente si parte per il mio primo giro tra le capanne del villaggio , con Cristina seguita a ruota dall’inseparabile Nasyari, una bambina di una bellezza Rara , con grandi occhi e molto affettuosa , Cristina saluta tutti e a sua volta viene salutata con molto rispetto, i bambini troppo piccoli per andare a scuola ci seguono festosi con in testa il piccolo Geremia che la fa da padrone nonostante sia il più piccolo di casa masai!

Casa dopo casa, famiglia dopo famiglia e tutti a salutare il nuovo Muzungu venuto a trovarli, donne centenarie addobbate come regine con orecchini che pendono dai grandi lobi aperti, collane che a mio parere pesano chilogrammi ma che loro portano con innata leggerezza. I giovani piegano il capo in segno di rispetto davanti alle donne più grandi e loro rispondono accarezzandole il capo come approvazione, un rituale molto dolce che fa capire come sia semplice e rispettosa la vita per i Maasai.

La più anziana di tutti è PeePee, dicono che abbia 120 anni, ma qua l’età è sempre un terno al lotto , soprattutto per chi è nato veramente all’inizio del secolo scorso quando in questi posti non esisteva l’idea di segnare le date di nascita . una cosa è certa mama …. è veramente molto vecchia e se non sono 120 comunque gli manca poco.

La mattina trascorre tra una famiglia e l’altra e tra bambini di famiglie che si mischiano con bambini di altre famiglie , sempre sorridenti e che giocano con scatole , bastoni o semplici legni. La felicità non è una playStation la felicità di un bambino è osservare e imitare quello che fanno i grandi, il mini masai Geremia per il villaggio “Gere”, ha già in mano un piccolo bastone e si diverte a dare bacchettate alle capre nel tentativo di imitare i grandi che lo fanno con le vacche per tenerle in riga, così si impara a vivere da Maasai, imitando la vita.

Asche nalen’g , sempre asche nalen’g (grazie mille in lingua maasai) viene ripetuto in continuazione, ogni volta che si riceve qualche cosa o ogni volta che si esce da una casa .

Io scatto foto di continuo e loro si fanno fotografare, non fuggono davanti all’obiettivo e se lo fanno è solo timidezza che comunque viene superata dopo poco tempo !

I bambini ridono, ad ogni scatto, mentre le donne un po civettuole all’inizio schivano l’obiettivo per poi cadere nella trappola della vanità e si lasciano immortalare, una donna è sempre una donna, ovunque tu possa andare !

Una visita veloce alla seconda scuola che Cristina e Willy stanno costruendo insieme all’aiuto economico dei maasai e altre tribù locali, l’idea è nata dai masai e lei li aiuta con qualche raccolta in facebook o chiedendo ai suoi ospiti se vogliono collaborare senza impegno. I maasai inizialmente hanno fatto un debito al negozietto per fronte alla costruzione e Cristina mi spiega che non devono pensare che da un bianco è tutto dovuto e regalato “credo sia giusto e corretto guadagnarsi il rispetto e aiutarli invece a comprendere quanto sia importante l’istruzione dei loro figli” i soldi vengono raccolti anche per fare fronte alle spese come: salario della maestra e altre cosine, quaderni, penne e libri.

Il casco di banane portato in regalo è stato apprezzato e i “masaini” si mettono tutti rigorosamente in fila per ricevere ognuno la sua, un saluto di comiato e poi il giro continua tra capanne e famiglie e pure alla chiesa del villaggio, una chiesa fatta di muri di fango e tetto in lamiera zincata, sta lì a dimostrare in tutta la sua fierezza che Dio se ne sbatte altamente di croci d’oro e pavimenti di marmo ! Qua tutte le domeniche il villaggio va a messa e cantano lodi con cori Gospel battendo le mani a tempo, una bella sensazione parteciparvi, vi fa ritrovare quello spirito semplice di fede che molti hanno perduto.

Al ritorno verso mezzogiorno si pranza con spaghetti al pomodoro, e poi la visita inaspettata di Cecilia, la cognata vedova di Cristina e madre di due splendidi bambini, Nasiyari e il “teppista” Geremia. Rimango basito nel vederla, alta e regale nella semplice tunica viola , tipica delle donne Masai, due occhi luminosi da ” cerbiatto”, Cristina se ne accorge e ride sorniona. ok lo ammetto la bellezza non ha colore ! E per dirla tutta passerò i giorni che restano casualmente a bighellonare attorno alla sua casa, ma così per caso !!!!

Me ne andrò dopo tre giorni da Kiberashi, e con anche un po di rimpianto nel cuore, spiegarvi tutto quello che ho vissuto comporterebbe paginate intere e sicuramente lo farò per gradi, dividendo i vari argomenti per settore, le gerarchie familiari e la vita sociale, il loro mercato settimanale, le danze e la loro fede. piano piano o come si dice qua “pole pole” non abbiate fretta l’africa è grande e non basta un semplice racconto per raccontarla tutta, ci vuole una vita intera e forse non basta.

Io per ora rimango con il ricordo della fierezza di un popolo che vive semplicemente in armonia, con un codice morale alto e un senso della giustizia da far vergognare noi ” Mzungu ” (bianchi in lingua swahili).

Rimango con il bel ricordo di quella vallata, rimango con il sorriso dei bambini negli occhi, ma soprattutto da uomo rimango con l’immagine di Cecilia la masai con gli occhi da cerbiatto nel mio cuore.

Asche nalen’g Mtego na mitakuona hivi karibuni.

Enzo Santambrogio

Vuoi fare un’esperienza come la mia ? o sei un studente e ti interessa vivere a stretto contatto con l’Africa vera ?

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