I RACCONTI DEL FILOCCA: Lo chiamavano “BUNSAI”

I RACCONTI DEL FILOCCA: Lo chiamavano “BUNSAI”

12° LO CHIAMAVAMO “BUNSAI”

Lo chiamavamo “Bunsai”: avevamo dimenticato il suo vero nome.

Quelli che come me prendevano il treno per andare a scuola non lo consideravano: per questo mi si sedeva sempre a fianco e parlava ininterrottmente con voce bassa quasi indistinguibile. Io per un po’ lo stavo ad ascoltare, poi mi dedicavo ad altro.

“Mi sun scrocc” (io sono furbo) – diceva e, forse per screditare l’opinione diffusa che fosse un po’ tonto, mi raccontava delle sue furbizie.

Entra il controllore del treno e il Bunsai mi schiaccia l’occhio ammiccando.

  • Scusa, come mai il tuo abbonamento parte dal tredici di ottobre e finisce il tre di novembre? – lui aveva corretto la prima cifra, ma si era dimenticato di correggere anche la seconda.

Il Bunsai mi aveva confidato le sue strategie scolastiche: studiava bene le note a fondo pagina e, quando la prof chiedeva qualche particolare del testo evidenziato nelle note che noi non leggevamo mai, lui era l’unico ad alzare la mano:

  • – Bravo Bunsai – diceva la Prof con uno sguardo fra l’ammirato e lo stupito e lui ci guardava con quel riso a singulti tutto suo che significava: “mi sun scrocc, vi ho fregato tutti”.

Un giorno mi aveva rivelato che in classe avrebbe fatto un esperimento di telepatia: “Te sé ‘sa l’è la telepatia? L’è quant’al cinema te guardet vün e lü al se gira” (sai cosa è la telepatia? E’ quando al cinema guardi qualcuno e lui si gira). Ne aveva tratto la deduzione, un po’ avventata, che se tu non lo guardi quello non si gira a guardarti. Fu così che, nelle aspettative di tutti noi cui aveva confidato l’intenzione di effettuare un misterioso esperimento in classe, era partito dal fondo dell’aula dove era stato confinato e aveva cominciato ad andare carponi verso la porta d’ingresso protetto dalla fila destra dei banchi. Giunto all’altezza del primo banco si girò verso di me e mi schiacciò l’occhio con quel suo sorriso furbillo che significava: “ora stai a vedere quanto sono furbo”. Si trattava di affrontare la parte più impegnativa dell’esperimento e percorrere gli ultimi tre o quattro metri per raggiungere la porta, alzare il braccio alla maniglia per aprirla ed uscire: volse la testa vistosamente verso il muro ed incominciò a percorrere lo spazio allo scoperto. Quasi subito la prof, interrompendo la spiegazione, si girò guardandolo stupita:

  • Cosa fai lì in terra?

Molti lo consideravano un po’ ritardato e quando una volta dissi: “ a volte ho il dubbio che sia più furbo di tutti noi messi insieme”, quella passò per la miglior battuta fatta sul Bunsai.

Allo stadio invece per tutti noi era un idolo. Giocava da terzino nella locale squadra di calcio ed in campo lo si riconosceva per quella sua postura con la spalla destra più alta della sinistra. Forte di una particolare prestanza fisica interveniva nelle mischie con inconsueta energia spazzando via il pallone.

  • Dai Bunsai! Bravo Bunsai! – gridavano gli amici senza più riserve; in quelle occasioni lui spesso mi cercava con gli occhi sugli spalti e mi ammiccava da lontano.

Dopo anni l’ho incontrato un fine giugno in banca: ero assillato dal lavoro, ero preoccupato per una rata di mutuo in scadenza, correvo per tener fede a tutti gli impegni di famiglia.

  • E tu Bunsai? –
  • Mi sun scrocc. Me sun minga spusà e giüghi ancamò al balun (Io sono furbo. Non mi sono sposato e gioco ancora a calcio).
  • Ma cosa fai?
  • Duman vu al mar e stu via un mes (domani parto per il mare e sto via un mese).

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